The EU undermines scientific advice at the GFCM annual session.

November 6th, 2021. MedReact  express its deepest concerns with the European Union position at the GFCM 44th session which has undermined the GFCM Scientific Advisory Committee (SAC) advice on the Fisheries Restricted Area proposals for the Ebro Delta Margin (EDM FRA) and Palmahim disturbance off the coast of Israel. 

The EU representative repeatedly challenged the SAC advice, claiming first that more technical information on the EDM FRA proposal was needed, and secondly explicitly requesting the deletion of any reference to SAC endorsement of both FRA proposals, from the final report of the meeting .

The position of the EU  is extremely disappointing considering in particular that SAC advice issued last July “welcomed the work done on the Ebro delta margin FRA proposal (Appendix 17) and considered that it was comprehensive, technically sound, and provided useful information to improve the spatial management of fisheries in the area.”

MedReact consider that the position of the EU sets a dangerous precedent  and that –  by delegitimising SAC advice – jeopardises the adoption of sound fisheries and conservation measures based on scientific advice.

 Stati Generali della pesca a Catania: Per salvare la pesca del Mediterraneo bisogna prima ricostituire gli stock ittici e risanare gli ecosistemi marini

Roma, 26 ottobre 2021 – Mentre a Catania negli Stati Generali della Pesca del 26 e 27 ottobre il Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali e le associazioni di settore discutono sul futuro della pesca italiana, il nostro mare registra tassi di sovra-sfruttamento delle risorse ittiche tra i più alti al mondo.  

Solo in Adriatico lo sforzo di pesca per la pesca a strascico dovrebbe essere ridotto del 60% per raggiungere la soglia di sostenibilità prevista della Politica Comune della Pesca. 

Per il Mediterraneo nordoccidentale, invece, l’Unione europea ha introdotto dal 2020 una progressiva riduzione del 40% della pesca a strascico di Italia, Francia e Spagna entro il 2025. 

Misure che pur essendo osteggiate dal settore della pesca professionale, sono però di vitale importanza per frenare la pressione sulle risorse marine, soprattutto quelle di particolare interesse commerciale.

Il degrado degli ecosistemi marini e l’eccessivo sfruttamento delle risorse ittiche è una preoccupazione crescente nel Mediterraneo. Basti pensare che il 75% degli stock ittici sono pescati ben oltre i livelli di sostenibilità, e la pesca causa un impoverimento del 93% della biodiversità marina (IUCN, 2020). 

“Auspichiamo che gli Stati Generali della Pesca siano un’occasione per affrontare la questione centrale della pesca eccessiva che sta minando ed esaurendo le risorse da cui dipende, e per proporre alternative concrete per la loro tutela” – hanno dichiarato i rappresentanti di Legambiente, MedReAct, Marevivo e WWF. 

 È necessario trovare un equilibrio tra la salvaguardia delle risorse ittiche, la conservazione degli ecosistemi marini e la sostenibilità socio-economica della pesca. 

In una prospettiva di lungo termine riteniamo che sia di fondamentale importanza garantire il raggiungimento degli obiettivi della strategia europea sulla biodiversità per il 2030, in particolare per quanto riguarda la protezione del 30% delle acque europee, di cui il 10% protetto in modo rigoroso.

“Ci auguriamo vivamente che a Catania si affrontino questi temi cruciali – concludono le associazioni – e che si decida seriamente di invertire la rotta in un confronto allargato anche alle organizzazioni impegnate a tutelare il futuro del Mediterraneo e delle sue risorse”. 

MEDREACT and WWF call on France, Italy and Spain to respect their obligation to reduce overfishing in the Western Mediterranean

July 17th, 2021 – The EU Multi-annual management plan (MAP) for demersal stocks in the Western Mediterranean Sea (West Med MAP)[1] adopted in 2019, is the first multi-annual management plan implemented in the Mediterranean to deliver the Common Fisheries Policies objectives. 

The goal of West Med MAP is to achieve the sustainable exploitation of key demersal stocks – notably hake, red mullet, nephrops and shrimps – through the reduction of 40% of fishing effort of the bottom-trawling fleet by 2025, combined with the creation of closed areas to protect juvenile fish and spawners by July 17th, 2021. Furthermore the MAP is set to implement the ecosystem-based approach to fisheries management, in order to ensure that the negative impact of fishing activities on the marine ecosystem is minimised.

The latest report from the European Commission[2] shows that in the Mediterranean and Black Seas, the fishing mortality indicator ratio is still around 2.1, more than twice above sustainable levels, and that despite some slight recent improvements the overfishing situation continues to be worrying.

In 2020, a 10% effort reduction (= number of fishing days) was agreed under the MAP. However, when the European Commission proposed a 15% reduction in fishing effort for 2021, France, Italy and Spain rejected it. This led to a compromise solution where Italy agreed to a 10% effort reduction, while a 7.5% effort reduction was agreed for Spain and France, integrated with complementary measures in the form of spatial measures (additional closures to trawling), and selectivity measures in Spain[3].  

According to the above decision, taken at the EU AgriFish Council in December 2020, Spain should have tested and proposed additional selectivity measures for the entire trawl fleet in the West Med MAP. Plus, France, Italy and Spain should have identified new closures to protect nursery areas and spawning grounds for the most over-exploited species, in particular hake.

It is now time – the 17th of July – for France, Italy and Spain to fully implement their obligation by protecting nurseries and spawning areas of overexploited fish stocks.   It is now time for stakeholders to be informed about what new closures will be established, and about what selectivity measures were tested and will be adopted. MedReAct and WWF urge France, Italy and Spain to comply with this key deadline and share the results of the selectivity tests, given the urgency to implement actions needed for a fast recovery of overexploited stocks in the Western Mediterranean.


[1] https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=CELEX:32019R1022

[2] https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=COM:2021:279:FIN

[3] https://data.consilium.europa.eu/doc/document/ST-5415-2021-REV-1/en/pdf  

Giornata Mondiale degli Squali: Mediterraneo ad alto rischio estinzione per squali e razze. Alcune misure di tutela esistono ma sono poco conosciute.

L’ INDAGINE E LE RACCOMANDAZIONI DI MEDREACT

Roma 14 Luglio 2021 – Il 40% delle specie di squali e razze del Mediterraneo sono minacciate di estinzione. Nell’ultimo mezzo secolo, 13 specie si sono estinte localmente, principalmente nel Mediterraneo occidentale e nel Mare Adriatico. La colpa è della pesca eccessiva nel Mediterraneo, tra i mari più sfruttati al mondo, e della perdita di habitat. Ad oggi, per 24 specie di squali e razze del Mediterraneo vige il divieto di cattura e vendita, mentre per altre 9 specie è richiesta la registrazione delle catture e dei rigetti in mare. Nonostante l’obbligo per gli Stati mediterranei di segnalare le catture anche accidentali alla Commissione Generale per la Pesca del mediterraneo (CGPM), la trasmissione di dati rimane sostanzialmente inadeguata. 

Proprio per valutare l’efficacia delle misure esistenti, MedReAct ha condotto nel 2018 e nel 2020 una indagine nei porti italiani del Mar Adriatico, Tirreno e Ionio rilevando casi di sbarco e la vendita di specie protette di squali e razze. L’indagine ha anche rivelato una generale mancanza di consapevolezza delle misure di conservazione da parte degli operatori dei mercati ittici e dei pescatori. Questo contribuisce agli sbarchi e alla vendita di squali e razze strettamente protetti, che, solo nel periodo preso in esame, hanno riguardato specie come lo smeriglio, lo squalo elefante, il pesce porco, la razza bavosa, il diavolo di mare, la razza bianca e lo squalo mako. Inoltre, da un confronto tra i dati riportati dall’Italia alla CGPM con quelli emersi dall’indagine di MedReAct emerge che molte catture non vengono segnalate.

Per questi motivi, MedReAct chiede maggiore attenzione nell’ attuazione delle misure di tutela che andrebbero sostenute con iniziative di sensibilizzazione dei pescatori e degli operatori dei mercati ittici, e un maggior rigore nella trasmissione dei dati sulle catture alla Ue e alla CGPM. 

“Si tratta di misure urgenti da attuare il prima possibile” ha detto Vittoria Gnetti di MedReAct. “Temporeggiare ancora nell’applicazione rigorosa delle misure di conservazione degli squali e delle razze significa andare incontro alla totale estinzione di queste specie. Sarebbe un danno molto grave non solo per le specie in questione ma anche per l’intera biodiversità marina del Mediterraneo già messa a dura prova da decenni di pesca eccessiva”.

Qui un infografica che riassume la situazione di squali e razze in Mediterraneo.

Click here for the English translation of the press release: “Shark Awareness Day: High risk of extinction for sharks and rays.

Here’s an infographic that looks at the conservation status of sharks and rays in the Mediterranean Sea.

Biodiversità marina dell’Adriatico a rischio

MedReAct e Legambiente: “Bene l’interrogazione parlamentare di Muroni e Lombardo al Ministro Patuanelli”

Roma, 24 giugno 2021 – È stata presentata alla Camera dall’On Rossella Muroni e dall’On. Antonio Lombardo, del gruppo misto Facciamo ECO, l’interrogazione parlamentare che sollecita il Ministro delle Politiche agricole alimentari e forestali, Stefano Patuanelli, ad attivarsi per l’istituzione di una Zona di Restrizione alla Pesca (Fisheries Restricted Area, FRA) nel Canale di Otranto

Nonostante le risorse marine dell’Adriatico siano in drammatico e costante declino a causa dell’eccessivo impatto della pesca, questa zona ospita ancora importanti aree di riproduzione ed accrescimento di specie commerciali come il gambero rosa, il nasello, lo scampo, il gambero rosso, il gattuccio boccanera e una varietà di habitat sensibili, come i coralli bianchi e gli ormai rari giardini di corallo bambù, considerati tra i più importanti di tutto il Mediterraneo centrale.

“Secondo uno studio del 2018, richiamato in un articolo de La Nuova Ecologia, l’Italia si piazza al quarto posto tra le flotte pescherecce che esercitano lo sforzo di pesca maggiore proprio nell’Adriatico, il bacino più sfruttato al mondo”, ha dichiarato Federica Barbera, dell’Ufficio aree protette e biodiversità di Legambiente. “Dobbiamo, quindi, invertite la rotta e fermare il sovra sfruttamento realizzando aree protette che tutelino non solo la l’ecosistema marino ma anche il futuro a lungo termine della pesca professionale, allineandoci così alle strategie nazionali e internazionali per fermare la perdita di biodiversità entro il 2030”.

Proprio per contrastare l’impoverimento dell’Adriatico, la Commissione Generale per la Pesca nel Mediterraneo (CGPM) ha istituito nel 2017, una Zona di Restrizione alla Pesca (Fisheries Restricted Area, FRA) nella Fossa di Pomo, in Mar Adriatico. Da allora si è registrata una ripresa sorprendente della biomassa di scampi e naselli e il ritorno di specie vulnerabili come gli squali, al punto che la FRA della Fossa di Pomo è diventata un caso di buona pratica a livello internazionale, portato ad esempio dall’One Planet Summit, organizzato dal presidente Macron lo scorso gennaio.

L’efficacia di questa misura suggerirebbe quindi di replicarla anche in altre zone vulnerabili, come nel Canale di Otranto. Nel 2018, a seguito della concertazione con le marinerie locali, fu presentata una proposta per istituire in questa zona la seconda FRA dell’Adriatico, sulla quale il Ministero delle Politiche Agricole ha posto il veto, nonostante l’appello rivolto al governo di 125 rappresentanti della comunità scientifica italiana. 

L’ On. Muroni e l’On. Lombardo nella loro interrogazione parlamentare hanno dunque chiesto al ministro «se è a conoscenza delle cause che stanno impedendo l’istituzione della FRA di Otranto e se non intenda intervenire urgentemente, rimuovendo tali impedimenti, in modo che l’Italia entro il 2021 possa rispettare gli impegni assunti nell’ambito della CGPM e contribuire così al risanamento delle risorse in Adriatico».

“Ci auguriamo che il ministro Patuanelli possa ascoltare l’appello di tanti scienziati rimuovendo il veto dell’Italia e sostenendo attivamente l’istituzione della FRA del Canale di Otranto, per promuovere il recupero di risorse sovrasfruttate, la tutela di specie sensibili e il futuro della pesca”, ha dichiarato Domitilla Senni di MedReAct.

Anguille europee a rischio estinzione: Nel 2019 gli sbarchi in EU sono stati di oltre 2000 tonnellate 

“Per salvare la specie serve una moratoria sulla pesca”.

Roma, 15 giugno 2021 – Le anguille europee sono in forte declino da anni e sono considerate a rischio estinzione dalla IUCN che le ha inserite nella lista rossa.  Le misure adottate fino ad ora a livello europeo non sono state sufficienti a tutelare efficacemente questa specie a causa dei forti interessi commerciali della pesca professionale e ricreativa. La denuncia arriva da un’analisi recentemente pubblicata dall’organizzazione svedese Fisheries Secretariat (FishSec).

Nel 2017 per evitare il divieto di pesca di anguille oltre i 12 cm proposto dalla Commissione europea, gli Stati del Mar Baltico, e successivamente del Mar Atlantico, con una dichiarazione congiunta, hanno concordato un fermo pesca di 3 mesi all’anno. Inoltre, nel 2018 la Commissione Generale per la Pesca del Mediterraneo (CGPM) ha adottato  un piano di gestione sull’anguilla nel Mediterraneo che prevede un fermo pesca di 3 mesi nel periodo di migrazione   dell’anguilla  e  l’introduzione di zone di restrizione alla pesca per proteggere ulteriormente l’anguilla. 

A livello europeo, il fermo pesca seppur rispettato legalmente, è  stato attuato in periodi di chiusura inefficaci che non incidono affatto sulla fase di vita più vulnerabile delle anguille, quella del viaggio migratorio verso il Mar dei Sargassi per la riproduzione, ma deciso in base alle esigenze commerciali del settore della pesca nei diversi Paesi.

Basti pensare che nel 2019 gli sbarchi di anguille gialle e argentate nell’UE nel 2019 sono stati di oltre 1000 tonnellate nella regione del Mar Baltico, dove avviene la maggior parte delle catture, 856 tonnellate nei paesi lungo la costa occidentale europea e 520 tonnellate negli Stati membri del Mediterraneo. 

In Italia negli ultimi anni anche se gli sbarchi della pesca ricreativa sono diminuiti, quelli della pesca commerciale sono aumentati e il fermo pesca, seppur coprendo la maggior parte dell’arrivo dell’anguilla giovanile, coincide solo con la seconda metà del periodo di migrazione dell’anguilla argentata, specie che costituisce il 75% degli sbarchi, rivelandosi una misura inefficace. 

Addirittura, secondo quanto riporta il rapporto di FishSec, diversi paesi, tra cui Danimarca, Svezia e Paesi Bassi, permettono lo sbarco e/o la vendita durante il periodo di fermo pesca, dopo aver tenuto le anguille vive in contenitori di stoccaggio sommersi. Una pratica davvero inaccettabile.

Fino ad ora solo Irlanda e Slovenia hanno proibito la pesca dell’anguilla europea. Troppo poco se si considera l’obiettivo della nuova Strategia per la Biodiversità dell’UE di proteggere le specie vulnerabili.

Appare evidente che l’anguilla è una specie fortemente minacciata. Negli anni ’70 le produzioni ammontavano a 1500 tonnellate per ridursi a 500 tonnellate negli anni ’90 e a poco più di 200 negli ultimi anni. Non ci sono dubbi che per arrestare questo trend è necessario intervenire in maniera decisa con azioni efficaci e relativi controlli finalizzati al recupero della specie, considerato che il fermo pesca di 3 mesi, introdotto dall’UE per evitare una chiusura totale, non ha prodotto  l’effetto sperato. 

“È il momento – dice Vittoria Gnetti di MedReAct – di proteggere integralmente questa specie in forte declino da ormai oltre 30 anni attraverso una moratoria sulle catture.”

Momentum to close the Gulf of Lion Fisheries Restricted Area reaches shores of the European Parliament

Members of European Parliament urge Commissioner Sinkevičius to close this FRA to bottom fishing.

Brussels 28.04.2021:  Ocean conservation NGO MedReAct applauds the initiative of Member of the European Parliament (MEP) Caroline Roose to raise awareness on the need to permanently close the Gulf of Lion Fisheries Restricted Area to destructive fishing practises.  

MEP Roose, member of the Group of the Greens/European Free Alliance, sent a letter co-signed by parliamentarians to European Commissioner for Environment, Oceans and Fisheries, Virginijus Sinkevičius, urging the latter to support the permanent closure of the Fisheries Restricted Area in the Gulf of Lion to bottom fishing.  

MEP Roose engaged 35 parliamentarians from a wide range of political parties to co-sign the letter, in which its permanent closure to all types of bottom gears would constitute “an investment that would offer short, medium and long-term benefits” for the region. In addition, the letter also references recent scientific findings on “the immense carbon cost of bottom trawling,” as another reason to call for the permanent closure of the FRA.

We urge Commissioner Sinkevičius to work ahead of the annual meeting of the General Fisheries Commission for the Mediterranean in November to ensure that this area is finally and permanently closed to bottom fishing.Similar measures have been adopted in the Jabuka Pomo pit FRA in the Adriatic Sea, where in less than two years we have observed an extraordinary doubling of the biomass of commercial species important to fishermen in the area,” said MEP Roose. 

The Gulf of Lion is an important area for fish populations and marine biodiversity in the Mediterranean, which hosts a variety of sensitive habitats (Posidoniameadows, coralligenous habitats and submarine canyons). For decades, it has been a strategic fishing ground for French and Spanish fleets, however poor fisheries management over the years has contributed to considerable biodiversity loss and depletion of fish stocks. 

Since its designation in 2009 as a Fisheries Restricted Area – the only one in the Western Mediterranean set up by the General Fisheries Commission for the Mediterranean (GFCM) – the Gulf of Lion FRA has not delivered on any of its promises to protect the spawning stock of hake and other commercial species. Indeed, unlike all the other FRAs created in the Mediterranean, bottom fishing is not fully banned, which is an insufficient conservation measure for the recovery of fish stocks.

The Gulf of Lions FRA is an area of 2,000 km2located in French waters, about 70 Km offshore between Marseille and Sète. It does not represent a strategic interest for the Gulf fisheries as, in 2019, only about ten French fishing trawlers were still operating in the FRA, for just a total of 170 days in the year.

“The permanent closure of the FRA to bottom fishing can contribute to the recovery of the Gulf of Lion so that it can become once again what it has not been for decades: an area teeming with biodiversity in which sustainable fisheries can play a full role for coastal communities. What is urgently needed is the political will to make that happen,”said Stéphan Beaucher, MedReAct’s spokesperson for France. 

We welcome the support of the European Commission, and especially Commissioner Sinkevičius’ engagement to ensure that 10% of EU waters are strictly protected by 2030. In line with this key objective, MedReAct calls on Commissioner Sinkevičius to step in to support the closure of the Gulf of Lion FRA without further delay in order to protect spawning areas for European hake and sensitive habitats,”concluded Beaucher.

100 RICERCATORI RIVOLGONO UN APPELLO AL GOVERNO PER L’ISTITUZIONE DI UNA RISERVA MARINA NEL CANALE DI OTRANTO


Roma, 16 marzo 2021- 100 ricercatori facenti capo a 37 Università e Centri di ricerca italiani e esteri hanno firmato un appello indirizzato al governo italiano per sostenere urgentemente l’istituzione di una riserva marina nel canale di Otranto, tra Italia e Albania.  L’obiettivo è il recupero di stock ittici in grave sofferenza, la conservazione di ecosistemi marini vulnerabili e il ripopolamento dell’Adriatico.  La proposta avanzata da MedReAct e dall’Adriatic Recovery Project alla Commissione Generale per la pesca nel Mediterraneo (CGPM), prevede la chiusura alla pesca di fondo di una zona ricca di habitat sensibili e specie vulnerabili e una riduzione dello sforzo di pesca nelle aree limitrofe.

Il degrado degli ecosistemi marini e l’eccessivo sfruttamento delle risorse ittiche è una preoccupazione crescente nel Mediterraneo, in particolare in Adriatico dove la pesca industriale è praticata con grande intensità alterando gli habitat dei fondali e impoverendo gli stock ittici.

Basti pensare che proprio all’Adriatico spetta il triste primato della più alta intensità di pesca a strascico al mondo, con il risultato che vede oggi più del 90% delle risorse in via di esaurimento e una diminuzione del 70% di biomassa pescata rispetto a 35 anni fa.

Per contrastare questo declino nel 2017 la Commissione Generale per la Pesca del Mediterraneo (CGPM) ha istituito una riserva marina nella Fossa di Pomo in centro Adriatico. Da allora si è registrata nell’area una ripresa sorprendente della biomassa di scampi,  naselli ed altre specie. Il successo ottenuto proteggendo solo  l’1% dell’Adriatico, ha sollevando grande interesse da parte della comunità internazionale quale esempio di buona pratica e modello replicabile in altre aree del bacino. 

“I risultati della chiusura Fossa di Pomo – ha dichiarato  Domitilla Senni di MedReAct – dimostrano come l’istituzione di riserve marine o zone di restrizione alla pesca  possano contribuire al recupero della risorse ittiche e della biodiversità marina. Queste misure andrebbero replicate anche nell’Adriaco meridionale sostenendo il futuro di una pesca più responsabile e sostenibile”.

La zona identificata nel Canale di Otranto ospita importanti aree di nursery di specie commerciali come il gambero rosa, il nasello, lo scampo, il gambero rosso, il gattuccio boccanera e una varietà di habitat vulnerabili, tra cui comunità di coralli profondi, spugne, corallo bambù e pennatule. Tali specie creano eterogeneità e stabilità negli ambienti di fondo, aumentando la biodiversità e fornendo un importante rifugio a pesci e invertebrati, anche di valore commerciale. Inoltre, gli habitat di coralli profondi agiscono come aree di riproduzione permettendo il rinnovamento di specie ittiche sovrasfruttate e svolgendo un ruolo fondamentale negli ecosistemi dell’Adriatico.  

Secondo un recente studio proteggere solo il 5% di mare dalla pesca intensiva produrrebbe un aumento del 25% degli stock su scala globale.

Per questo nel 2018 è stata presentata alla CGPM una proposta per l’istituzione di una seconda FRA in Adriatico, nel Canale di Otranto, sulla quale il governo italiano però ancora non si è espresso.

“Rafforzare la tutela di aree marine particolarmente significative per la biodiversità va nella direzione di fermare la drammatica perdita di specie e habitat che sta minacciando il nostro mare e, al contempo, garantire la ricostituzione di stock ittici importanti dal punto di vista commerciale – ha dichiarato Federica Barbera, dell’Ufficio aree protette e biodiversità di Legambiente – “La nuova Strategia europea della biodiversità al 2030 sottolinea tra gli obiettivi chiave quello di incrementare le aree protette e le zone di tutela integrale e per questo chiediamo al ministro Patuanelli di ascoltare l’appello di tanti scienziati sostenendo l’istituzione dell’area di restrizione alla pesca nel Canale di Otranto per ripopolare il mare e garantire un futuro alla pesca”.

Appello al governo per il recupero dell’Adriatico – FRA di Otranto

Il degrado degli ecosistemi marini e l’eccessivo sfruttamento delle risorse ittiche è una preoccupazione crescente nel Mediterraneo, in particolare in Adriatico, dove la pesca a strascico -particolarmente distruttiva per gli ecosistemi marini bentonici – è praticata con grande intensità alterando gli habitat dei fondali e impoverendo gli stock ittici.

Per contrastare il declino dell’Adriatico, nel 2017 la Commissione Generale per la Pesca del Mediterraneo (CGPM) ha istituito una Zona di Restrizione alla Pesca (Fisheries Restricted Area, FRA) nella Fossa di Pomo. Da allora si è registrata nella zona una ripresa sorprendente della biomassa di scampi e naselli, più che raddoppiata dall’istituzione della FRA . L’aumento di densità e abbondanza di giovanili di nasello, scampo e gambero rosa è stato osservato non solo all’interno della FRA – chiusa alla pesca di fondo – ma anche nelle aree adiacenti, suggerendo l’effetto spillover delle misure di tutela .

Il successo della FRA di Pomo sta sollevando grande interesse da parte della comunità internazionale quale esempio di best practice e modello replicabile in altre aree del bacino.

Nel 2018, è stata presentata alla CGPM una proposta per l’istituzione di una seconda FRA in Adriatico, nel Canale di Otranto, sulla quale il governo ancora non si è espresso.

La proposta prevede la chiusura di una zona ricca di habitat sensibili e una riduzione dello sforzo di pesca nelle aree limitrofe. L’area ospita infatti importanti aree di nursery di specie come il gambero rosa, il nasello, lo scampo, il gambero rosso, il gattuccio boccanera e una varietà di habitat vulnerabili, tra cui comunità di coralli profondi, spugne, corallo bambù e pennatule. Tali specie creano eterogeneità e stabilità negli ambienti di fondo, aumentando la biodiversità e fornendo un importante rifugio a pesci e invertebrati, anche di valore commerciale. Inoltre, gli habitat a Isidella elongata e le comunità di coralli profondi agiscono come aree di riproduzione permettendo il rinnovamento di specie ittiche sovrasfruttate, svolgendo un ruolo fondamentale negli ecosistemi dell’Adriatico.

Chiediamo pertanto al governo italiano di intervenire urgentemente sostenendo l’istituzione della FRA di Otranto, contribuendo così al recupero di stock ittici in grave sofferenza, alla conservazione di ecosistemi marini vulnerabili e al ripopolamento dell’Adriatico.

Pourquoi il faut fermer la FRA du golfe du Lion

Dix ONG interpellent les trois ministres en charge de l’environnement marin

Paris le 03 décembre 2020. Dix ONG, préoccupées par l’état du Golfe du Lion, demandent , sous la forme d’une lettre ouverte, aux trois ministères français en charge de l’environnement marin d’interdire de manière permanente tous types de pêche de fond dans la FRA du golfe du Lion et d’y délimiter une zone tampon où l’effort de pêche sera strictement encadré et contrôlé.

Depuis toujours, le golfe du Lion est une zone de pêche très convoitée par les flottes française et espagnole, ce qui a largement contribué à la dégradation considérable de la biodiversité observée ces 20 dernières années. La principale espèce victime de cette surexploitation est le merlu dont la sauvegarde était pourtant l’objectif premier de la mise en place par la Commission Générale des Pêches de Méditerranée (CGPM) de la zone de restriction des activités de pêche (Fisheries Restricted Areas, FRA), un outil essentiel pour permettre le rétablissement des populations de poissons et la protection d’écosystèmes marins vulnérables. 

Golfe du Lion : un échec patent

Depuis 2005, neuf FRA ont été instaurées en Méditerranée. Celle du golfe du Lion a été créée en 2009 dans le but de préserver les reproducteurs de merlu et d’autres espèces. Elle est unanimement considérée comme un échec pour une raison très simple : la CGPM y a autorisé le maintien de l’effort de pêche au niveau de celui de 2008. 

« Le merlu est maintenant au bord de l’effondrement sur tout le golfe du Lion, avec un taux de mortalité par pêche 15 fois supérieur au rendement maximal durable[1], le seuil considéré par la réglementation européenne comme durable  et le volume de captures dépasse de 100 % la biomasse du stock reproducteur» souligne Stéphan Beaucher, représentant de MedReAct.

Jabuka Pomo pit : une réussite éclatante

À l’opposé, Jabuka/Pomo pit, en mer Adriatique, une zone qui était surexploitée de longue date par les chalutiers de fond, est reconnue comme un modèle de réussite. La FRA y a été créée en 2017 ; elle comprend une réserve intégrale où la pêche de fond est interdite et une zone tampon dans laquelle l’effort de pêche a été réduit de moitié. Dix-huit mois après sa mise en place, les résultats étaient déjà probants :

  • La biomasse du merlu s’y est multipliée par 2,5 et celle de la langoustine a doublé ;
  • La FRA bénéficie d’un large soutien de la part des pêcheurs.[2]

Les enjeux de la fermeture de la FRA du golfe du Lion

En 2019, l’effort dans la FRA se résumait à 10 bateaux totalisant 170 jours de présence. Ces chiffres sont à comparer avec les 180 bateaux qui totalisaient plus de 10 000 jours/an sur le site de Jabuka Pomo pit avant la création de la FRA. Ces chiffres indiquent clairement que l’argument socio-économique qui sert systématiquement ou presque de prétexte pour ne pas mettre en œuvre des mesures de préservation ne tient pas. Loin de constituer un sacrifice, la fermeture de la FRA aux engins de fond est un investissement qui offre des retours à court, moyen et long terme, tant en matière d’augmentation de la biomasse, garante d’un avenir pour la pêche durable, que de régénération de la biodiversité marine, condition sine qua non de la résilience des océans et de leur capacité à stocker le carbone. »

« Plusieurs agendas convergent ; la Cour des Comptes européenne vient de publier un rapport[3] qui confirme en tout point les inquiétudes que l’on peut nourrir à l’égard des écosystèmes marins méditerranéens et parallèlement la Commission européenne travaille à l’élaboration des objectifs « biodiversité 30*30 », qui consistent à protéger 30% de la superficie terrestre à l’horizon 2030.  À l’heure où la France vient de doter son arsenal juridique du délit d’écocide, n’attendons pas que l’un des dix bateaux encore autorisés à pêcher sur la zone y capture le dernier merlu ! » a conclu Stéphan Beaucher.


[1]   Le rendement maximal durable est le seuil considéré comme durable  par la réglementation européenne.

[2] L’enquête menée par MedReAct (entretiens semi-directifs avec des pêcheurs italiens et croates) montre que 89% d’entre eux estiment que la FRA va améliorer la situation; 53% témoignent de la hausse des captures (de 60% en moyenne) et 42% ont constaté une augmentation de la taille moyenne des prises.

[3] Rapport spécial : « Milieu marin: l’UE offre une protection étendue, mais superficielle », Novembre 2020.

Image copyright – Laure Modesti-Jubin – 2020

Mediterranean Recovery Action

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