CREDI ANCORA AGLI ANGELI?

 

 

Cattolica, 5 gennaio 2018 –Il mio impegno di amministratore e di amante del mare è a disposizione: ogni piccola cosa che si fa a vantaggio del Mare è un vantaggio per tutti”queste le parole nel saluto del Sindaco di Cattolica Mariano Gennari, in apertura dell’incontro organizzato da MedReAct, l’Adriatic Recovery Project e l’ Acquario di Cattolica, moderato dal naturalista Andrea Fazi e aperto al pubblico, è stata approfondita la situazione e sono state presentate possibili azioni per salvare il mare e la sua fauna. Fra i relatoriStefano Gridelli (responsabile acquariologia Acquario di Cattolica e Oltremare), Francesco Ferretti (biologo marino dell’Università di Stanford), Fabrizio Serena (vice presidente IUCN-SSG Mediterraneo), Otello Giovanardi (referente Dirpartimento Bio di Ispra di Chioggia), Stefano Paganelli (Club Subacqueo DivePlanet di Rimini) e Azzurra Bastari (ricercatrice Università Politecnica delle Marche e di Adriatic Recovery Project).

“Per recuperare gli ecosistemi marini e le specie minacciate – dice Domitilla Senni, responsabile di MedReAct – serve una nuova gestione della pesca, che va sviluppata soprattutto attraverso la riconversione di sistemi di pesca distruttivi come lo strascico e l’istituzione di aree in cui la pesca non è consentita”.

LA SITUAZIONE IN ADRIATICO E LO SQUALO ANGELO

 L’Adriatico, che da solo sostiene il 50% della produzione ittica italiana, è, insieme al Golfo di Gabes in Tunisia, l’area del Mediterraneo dove si pratica con più intensità la pesca a strascico, particolarmente distruttiva per gli ecosistemi di fondo.

Lo Squalo Angelo (Squatina squatina) specie una volta comune nel nostro mare brulicante di vita fra comunità di gorgonie, giardini di corallo, scogliere di ostriche, aragoste e scampi, ama vivere sui fondali sabbiosi e fangosi a profondità variabile dai 5 ai 150 metri, è particolarmente vulnerabile a questo metodo di pesca ed è un simbolo della sofferenza in cui versa l’Adriatico e tutto il Mare Mediterraneo.

Ad aggravare la sua situazione c’è il fatto che le basse profondità sono maggiormente frequentate da individui giovani o femmine gravide, cosa che mette ancora più a rischio la specie, tanto che la IUCN (Unione Internazionale per la conservazione della Natura) l’ha classificata come specie “fortemente a rischio”. La sua quasi totale scomparsa, rappresenta l’evidente perdita di biodiversità subita dall’Adriatico negli ultimi 50 anni.

Durante questo periodo, l’aumento dello sforzo di pesca  ha portato a una drammatica riduzione, se non all’estinzione, di grandi predatori come squali e razze (diminuiti del 94%), delfini, foche, balene e tartarughe marine (solo del 2014 circa 52.000 tartarughe sono state accidentalmente catturate da pescherecci italiani di cui almeno 10.000 morte) e alla distruzione di habitat e specie strutturanti, come banchi di ostriche, giardini di corallo o elevate densità di spugne, fondamentali per il recupero del mare. A questi preoccupanti dati si aggiungono quelli sugli stock ittici: acciughe, sardine, naselli, scampi, gamberi dell’Adriatico sono sfruttati ben oltre i livelli di sostenibilità.

Fra il pubblico,  anche l’On. Marco Affronte in Commissione Pesca al Parlamento Europeo, che ha chiesto collaborazione agli studiosi: “Il 25 gennaio sarò in commissione per il piano di gestione dell’Adriatico. Alla comunità scientifica chiedo l’aiuto di dati confrontabili, per aumentare il supporto a chi, come me, vuole politiche di sostenibilità”.

Per scaricare le immagini: http://bit.ly/2lWLnys

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CREDI ANCORA AGLI ANGELI?

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Immagina di essere uno Squalo Angelo.

Forse assomigli più a una razza che a uno squalo, ma tant’è. Vivi nelle acque dell’Adriatico, in una foresta marina circondata da giovani pesci che ti nuotano intorno. Un gruppo di delfini sfreccia rapido, inseguito da un banco di tonno. Ti nascondi nel fondo sabbioso. Una speciale apertura, conosciuta come spiracolo, fornisce ossigeno direttamente al cervello, permettendoti di restare immobile, gli occhi sulla sommità della testa appena sopra la sabbia, i barbigli come baffi che percepiscono il minimo movimento nell’acqua. E’ tardo pomeriggio e attendi la tua merenda preferita: una sogliola o un pesce piatto preferibilmente. Appena ti passa accanto, lo colpisci in un decimo di secondo. La tua lunga pinna sotto la pancia, l’immagine speculare della pinna superiore della maggior parte degli squali, ti aiuta a sospingerti verso l’alto. Afferri la tua preda tra file di denti affilati come rasoi posti su mascelle estendibili.

Ma oggi non mangerai, forse non lo farai mai più. Il tuoi sensibili baffi hanno individuate un disturbo nell’acqua, qualcosa di grosso, che avanza rapidamente. Ti appiattisci sul fondo, immobile, ma all’improvviso è caos tutto intorno a te. spugne che si frantumano, mulinelli torbidi di sabbia, e tu vieni trascinato, sollevato da una pesante catena che tracima il fondo del mare e scaraventato, con pesci e fango, sul fondo di una rete a strascico, che estirpa la vita stessa dal mare. Sei una cattura accessoria, una vittima indesiderata di una rete da pesca destinata a catturare altro, come naselli o scampi, ma che, sul suo cammino tutto distrugge. Sei tra gli ultimi della tua specie.

Lo squalo angelo, oggi estinto in vaste zone del Mediterraneo, era un tempo molto abbondante in Adriatico. Partorisce i piccoli ma solo 1 su 5 raggiunge la maturità, il che lo ha reso particolarmente vulnerabili alla pesca eccesiva, alla scomparsa dei banchi di ostriche e alla perdita di habitat per la pesca a strascico che affligge il Mediterraneo da decenni.

Lo squalo angelo è emblematico del drammatico declino della varietà e quantità di pesce dell’Adriatico e della sua biodiversità. Fino agli anni ’20 era facile trovarlo sui menu dei ristoranti europei. Il suo sfruttamento risale a millenni. Gli antichi greci descrivevano la sua carne come “leggera” e “facilmente digeribile”. La sua ruvida pelle era impiegata dagli artigiani per lucidare il legno e, ironicamente, l’avorio. Cosa c’è di meglio che usare la pelle di una specie in via di estinzione per lucidare le zanne di un’altra.

Agli inizi del ‘900, solo nel mercato ittico di Venezia si vendevano ogni anno quasi 60.000 kg di squalo angelo. Nel 1980 le vendite erano drasticamente calate a 20 kg, e poi più nulla. Oggi questa specie è praticamente svanita.

Eppure proteggendo meglio gli habitat, migliorando la gestione della pesca e mettendo fine allo strascico di fondo, possiamo recuperare lo Squalo Angelo. Possiamo trasformare questo simbolo di sovrasfruttamento in un simbolo di rigenerazione e di un nuovo rapporto con gli oceani. Gli angeli della Bibbia erano messaggeri: scortarono Adamo ed Eva nel Giardino dell’Eden portando liete novelle e profezie. Anche lo Squalo Angelo è un messaggero: un avvertimento di come il miope saccheggio del nostro  Pianeta minacci la nostra stessa estinzione. È ora di credere che possiamo cambiare. È ora di ascoltare il messaggio dello Squalo Angelo. È tempo di #BelieveInAngels.


Vuoi dire al mondo che Credi agli Angeli?

Promuovi con noi  questo Natale  la protezione del mare! Stampa ed appendi sul tuo albero di Natale, uno Squalo Angelo di carta.  Poi scatta una foto e caricala su Snapchat, Instagram, Facebook or Twitter con il  tag #BelieveinAngels.


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DO YOU BELIEVE IN ANGELS?

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It’s time to bring angels back. And if we listen to the better angels of our nature, we can.

Imagine you are an Angel Shark. You look more like a ray than a shark, but shark you are. You live in the waters of the Adriatic, in a marine forest  surrounded by young fish at play in their nursery. A pod of dolphins swim excitedly by, worrying a school of tuna. You bury yourself in the sandy bottom where a special form of gill, unusual among sharks, known as a spiracle, delivers oxygen straight to your brain, allowing you to lie still, the eyes on top of your head just above the sand, your whisker-like barbels sensing the slightest movement in the water. You are awaiting your favourite late afternoon Mediterranean snack: a ray or a flatfish preferably. Should one swim by, your strike, at a right angle to your body, will take less than a tenth of a second. The long fin under your belly, the mirror image of most shark’s long top fin, will help propel you upwards. You’ll snag your prey between nine rows of razor sharp teeth on the top of your jaw and the ten rows of teeth on the bottom.

But you won’t be eating today, or ever again. Your sensitive barbel picks up a disturbance in the water, something very big, moving very fast. You lie still as you can, but suddenly all around you is chaos: Sponge shredding, the sand on the sea bottom in sudden turmoil, and you’re being dragged and then lifted up by a heavy chain dragging along the seafloor and then pushed into a wall of fish and rock and sea life at the back of a bottom trawler’s net, strip mining the sea bottom. You’re bycatch, an unwanted victim of a fishing net intended to catch hake or shrimp, but in the process managing to destroy everything in its path. You’re among the last of your kind.

Angel sharks,  extinct in large areas of the Mediterranean today, were once plentiful in the Adriatic. They bear live young, but only 1 in 5 ever reach maturity, which has made them particularly vulnerable to the chronic overfishing, the depletion of  oyster beds, and the loss of habitat to bottom trawling that have plagued the Mediterranean for decades.

The angel shark is emblematic of the steep decline in the number and variety of fish in the Adriatic. It was common at least until the mid 1920s, and known as “monkfish” and “sand devil” on restaurant menus across Europe.

Its exploitation goes back thousands of years. Ancient Greeks described its flesh as “light” and “easily digestible.” Its rough skin was reportedly used by craftsmen for polishing wood and, ironically, ivory. Nothing like using the skin of one endangered species to buff up the tusks of another.

In the 1920s, nearly 60,000 kilograms of Angel Shark a year were sold in the Venice fish market alone. By 1980, that figure was down to 20 kilograms. Then nothing. The species is all but gone now.

But with better protection of habitat, better management of fishing fleets, and an end to the barbaric practice of bottom trawling, we can bring the Angel Shark back. We can make this symbol of overexploitation a symbol of regeneration, of coming to our senses, of a new relationship with the ocean.

The angels of the bible were messengers: they escorted Adam and Eve from the garden of Eden, they bore glad tidings and prophecies. The Angel Shark is a messenger as well — a warning of how our shortsighted plunder of our own home threatens our own extinction. It’s time to believe we can change. It’s time to hear the message of the Angel Shark. It’s time to #BelieveInAngels.


Want to tell the world you #BelieveInAngels?

Print and hang your very own ANGEL SHARK CHRISTMAS ORNAMENT on your tree! Take a picture and upload it to Snapchat, Instagram, Facebook or Twitter with the tag #BelieveInAngels and join us in making a great big Christmas wish for better ocean protection.

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FISHERIES RESTRICTED AREA NOW ESTABLISHED TO PROTECT THE JABUKA/POMO PIT!

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Montenegro, October 17th, 2017. The 41st session of the General Fisheries Commission for the Mediterranean (GFCM) has adopted today the EU proposal for the establishment of a Fisheries Restricted Area in the Jabuka/Pomo Pit banning dermal fisheries.

The EU proposal, based on the work of MedReAct and the Recovery Adriatic Project, creates three fishing areas in the Pit, one closed to all demersal fisheries (bottom trawling, set longliners, traps) and two other where fishing effort will be significantly restricted.

” The protection by the GFCM of the Jabuka/Pomo Pit  is a milestone  decision ” said Domitilla Senni, from MedReAct – “showing that  progress can be achieved even in areas heavily exploited by fisheries. We congratulate the  GFCM, the EU  and all those scientists that have long worked for the recovery of this area and of the  Adriatic Sea”

 

 

ADRIATICO: OLTRE 200 RICERCATORI DA TUTTO IL MONDO CHIEDONO LA CHIUSURA PERMANENTE DELLA FOSSA DI POMO ALLA PESCA A STRASCICO

 

Roma, 16 ottobre 2017 – Sono oltre 200 i ricercatori che da Università ed enti di ricerca di tutto il mondo hanno aderito all’appello per la protezione della Fossa di Pomo, situata nel centro Adriatico tra Italia e Croazia.

Alla vigilia della riunione in Montenegro della Commissione Generale sulla Pesca nel Mediterraneo (CGPM), che esaminerà la proposta di istituzione di una Fisheries Restricted Area (FRA), ovvero di un’area chiusa alla pesca demersale, presentata da MedReAct e dall’Adriatic Recovery Project, 200 ricercatori si rivolgono al CGPM per chiedere la chiusura permanente della Fossa di Pomo alla pesca demersale. Quest’area, che arriva a una profondità massima di 200-260 metri, presenta caratteristiche uniche dal punto di vista geomorfologico e oceanografico.

E’ considerato uno dei più importanti Essential Fish Habitat di tutto l’Adriatico, soprattutto ai fini della riproduzione e della crescita di alcune importanti specie demersali come il nasello. L’area ospita inoltre la più estesa popolazione di scampi. La pesca, soprattutto quella a strascico, minaccia dunque seriamente le popolazioni ittiche che fanno di questa zona una delle più importanti riserve di pesca dell’Adriatico. L’appello, ha raccolto l’adesione di firme e pareri autorevoli del mondo della ricerca scientifica

“Ho firmato perché dovremmo cercare di recuperare almeno parte di quella biodiversità marina che abbiamo perso”, ha dichiarato Daniel Pauly, ricercatore al Fishery Center della Università della Colombia Britannica in Canada, molto noto per i suoi lavori sull’impatto della pesca sull’ambiente marino.

“Abbiamo urgente bisogno di misure che proteggano dallo strascico di fondo”, ha dichiarato Callum Roberts, professore, oceanografo, all’University of York. “Senza di esse l’Adriatico, continuerà il suo inesorabile cammino verso la perdita dei suoi stock.

“Così come nell’ambiente terrestre boschi e foreste garantiscono il mantenimento della biodiversità, in mare è l’integrità strutturale e funzionale dei fondali che permette la resilienza allo sfruttamento”, ha detto Carlo Cerrano, del Dipartimento di Scienza della Vita e dell’Ambiente dell’Università Politecnica delle Marche. “A lungo termine, senza l’habitat adeguato, nessuna specie può sopravvivere. La pesca a strascico non è sostenibile”.

“Come ricercatore con esperienza sugli impatti dello strascico di fondo sugli ecosistemi bentonici e conoscendo bene la vulnerabilità ecologica del mare Adriatico e in particolare delle sue zone più profonde – ha dichiarato Antonio Pusceddu, professore nel Dipartimento di Scienze della Vita e dell’Ambiente all’Università di Cagliari – credo fermamente che preservare la Fossa di Pomo debba costituire una priorità per la conservazione della biodiversità e per la gestione delle risorse del mare Adriatico”.

Oltre alle numerose adesioni da parte della comunità scientifica, l’istituzione di una FRA nella Fossa di Pomo, ha ricevuto il sostegno dell’Unione Europea che l’ha inserita tra gli impegni della UE per la conservazione degli oceani, nel corso della Conferenza Our Ocean svoltasi a Malta il 5-6 ottobre scorso. Alla sua ufficializzazione manca dunque solo l’avallo della CGPM.

“L’istituzione della FRA in una zona considerata da decenni prioritaria per la conservazione delle risorse e dei suoi ecosistemi vulnerabili” – ha concluso Domitilla Senni responsabile di MedReAct e coordinatrice dell’Adriatic Recovery Project “costituirebbe finalmente un primo segnale concreto per il recupero dell’Adriatico e per il futuro della pesca”.

Scarica la petizione: adriatic_petition IT

Download the press release  PR ENG   and the petition in English: adriatic_petition ENG

Download the press release  PR HR  and petition in Croatian: adriatic_petition_HR

 

 

 

 

 

MORE THAN 200 SCIENTISTS FROM AROUND THE WORLD CALL FOR PERMANENT CLOSURE OF THE JABUKA/POMO PIT TO BOTTOM TRAWLING

PRESS RELEASE ADRIATIC

16 October 2017 – More than 200 scientists from universities and research institutes around the world have signed an appeal for the protection of the Jabuka/Pomo Pit, situated in the central Adriatic between Italy and Croatia.

On the eve of the 41st session of the General Fisheries Commission for the Mediterranean (GFCM) in Montenegro, where a proposal to establish a Fisheries Restricted Area (FRA) – i.e. an area closed to demersal fisheries – presented by MedReAct and the Adriatic Recovery Project will be examined, over 200 researchers have appealed to the GFCM to call for the permanent closure of the Jabuka/Pomo Pit to demersal fisheries. The Jabuka/Pomo, with a maximum depth of 200-260 metres, contains unique geomorphological and oceanographic features. It is considered one of the most important Essential Fish Habitats of the Adriatic, hosting spawning areas and nursery of commercially important species such as hake and Norway lobster. Overfishing, especially by bottom-trawling, has caused the decline of fish stocks and threatens their essential habitats as those found in the Jabuka/Pomo Pit.

“I signed it because we should try to recover some of the marine biodiversity we used to have,” declared Daniel Pauly, professor of fisheries at the University of British Columbia’s Fishery Centre in Canada, well known for his studies on the impact of fisheries on the marine environment.

“Protection from bottom trawling is an urgent necessity,” said Callum Roberts, professor and oceanographer at the University of York. “Without it, the Adriatic will continue its long slide towards fisheries irrelevance.”

Whereas in the terrestrial environment woods and forests guarantee the maintenance of biodiversity, in the sea it is the structural and functional integrity of the sea beds that permits resiliency to exploitation,” said Carlo Cerrano of the Department of Life Sciences and Environment at the Marche Polytechnic University. “In the long term, without healthy habitat, no species can survive. Bottom trawling is not sustainable.”

“As a researcher familiar with the impact of bottom trawling on benthic ecosystems, and knowing well the ecological vulnerability of the Adriatic Sea and in particular of its deepest zones,” declared Antonio Pusceddu, professor in the Department of Life Sciences and Environment at the University of Cagliari, “I firmly believe that preserving the Jabuka/Pomo Pit should be a priority for the conservation of biodiversity and management of resources of the Adriatic Sea.”

In addition to the numerous adhesions from the scientific community, the creation of a FRA in the Jabuka/Pomo Pit has received the support of the European Union which included it among the EU’s commitments for ocean conservation during the Our Ocean conference held in Malta last 5-6 October. All that it is needed now is for the FRA to be formally established by the GFCM.

“The creation of an FRA in a zone that for decades has been considered a priority for the
conservation of its resources and its vulnerable ecosystems,” concluded Domitilla Senni of MedReAct and coordinator of the Adriatic Recovery Project, “would constitute a first concrete step for the recovery of the Adriatic and the future of its fisheries.”

Download the Press release in English

Download the Press release in Italian

Mediterranean Recovery Action

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