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OCEAN DAY: MEDREACT CALLS ON FRANCE TO FULLY PROTECT THE GULF OF LION FRA

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The Ocean is the heart of our Planet. Water covers more than two-thirds of the Earth’s surface. Ocean sustains us and we cannot survive without it.  The Covid-19 pandemic has awakened us to how much our livelihoods and well-being depend on a healthy planet, and how much we need thriving and diverse ecosystems to sustain our lives.

The oceans are all at risk, but it is the Mediterranean Sea that suffers from the highest overfishing rate globally. Fish stocks have been heavily exploited, and human impact has deteriorated its diverse and rich marine ecosystems for decades, if not centuries.

An emblematic case of the Mediterranean crisis is the Gulf of Lion, where overfishing has been increasing decade after decade, with 94% of assessed demersal stocks now overfished. The main victim is the European hake, which suffers from the highest overfishing rate in the European Union and Mediterranean waters. It holds the unenviable record of being fished 15 times over sustainable levels.

Protecting hake spawners and sensitive habitats was the main objective in creating a  Fish Recovery Area (FRA) in 2009 in the Gulf of Lion, the first of its kind in the Western Mediterranean Sea. But a recent study[i]shows that the FRA’s management measure—allowing overfishing to continue at its 2008 level—has clearly not reached its objective. It has even worsened the state of biomass of European hake and other commercial species in the area.

The study analyses four possible management scenarios for the FRA, through 2025 and through 2040, incorporating mild and more severe climate change trends. It concludes that, to secure the full recovery of European hake and the ecosystem in general, the FRA should be fully protected by closing it to demersal fisheries.

Despite being heavily overfished, the Mediterranean maintains a high recovery potential, as clearly proven by the Fish Recovery Area in Adriatic Jabuka/Pomo Pit, where a closure for demersal fisheries was introduced in 2017. Less than 2 years after its creation, the Jabuka/Pomo Pit FRA saw a dramatic increase in the biomass of hake and Norway lobster, and is now known as one of the best practices across the Mediterranean.

“In the light of these findings, we urge the French Government to close permanently the Gulf of Lion FRA to demersal fisheries.This is the only option that can fully recover the  depleted hake and  protect  sensitive habitats in the area. The French government must go beyond its general international engagement  on the protection of oceans and show  concrete commitment by closing the Gulf of Lion FRA to bottom fishing” said Stéphan Beaucher, from MedReAct.

[i]https://doi.org/10.1101/2020.02.22.960914

ANCHE I PESCI PIANGONO

Il documentario narra, attraverso interviste e riprese condotte nelle principali marinerie della Puglia, le trasformazioni dell’Adriatico, un mare che fino a pochi decenni fa custodiva una grande ricchezza in biodiversità e che oggi si ritrova impoverito e malato. A raccontare questa parabola sono i suoi protagonisti. Coloro che il mare lo hanno vissuto e amato: pescatori che vivono in prima persona la crisi della pesca, ricercatori che ne rilevano con preoccupazione i cambiamenti, attivisti e funzionari di parchi e riserve, che conducono azioni di tutela. Questo racconto del mare è diviso in capitoli scanditi dalla presenza e dalle straordinarie interpretazioni dal vivo di Dario Muci, cantore e ricercatore etnomusicale, e Rachele Andrioli, una tra le più belle voci del Mediterraneo.

Regia: Francesco Cabras, Alberto Molinari
Ideazione: Domitilla Senni
Musicisti: Rachele Andrioli, Dario Muci,Valerio Daniele
Produzione: MedReAct Adriatic Recovery Project – GANGA

CREDI ANCORA AGLI ANGELI?

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Immagina di essere uno Squalo Angelo.

Forse assomigli più a una razza che a uno squalo, ma tant’è. Vivi nelle acque dell’Adriatico, in una foresta marina circondata da giovani pesci che ti nuotano intorno. Un gruppo di delfini sfreccia rapido, inseguito da un banco di tonno. Ti nascondi nel fondo sabbioso. Una speciale apertura, conosciuta come spiracolo, fornisce ossigeno direttamente al cervello, permettendoti di restare immobile, gli occhi sulla sommità della testa appena sopra la sabbia, i barbigli come baffi che percepiscono il minimo movimento nell’acqua. E’ tardo pomeriggio e attendi la tua merenda preferita: una sogliola o un pesce piatto preferibilmente. Appena ti passa accanto, lo colpisci in un decimo di secondo. La tua lunga pinna sotto la pancia, l’immagine speculare della pinna superiore della maggior parte degli squali, ti aiuta a sospingerti verso l’alto. Afferri la tua preda tra file di denti affilati come rasoi posti su mascelle estendibili.

Ma oggi non mangerai, forse non lo farai mai più. Il tuoi sensibili baffi hanno individuate un disturbo nell’acqua, qualcosa di grosso, che avanza rapidamente. Ti appiattisci sul fondo, immobile, ma all’improvviso è caos tutto intorno a te. spugne che si frantumano, mulinelli torbidi di sabbia, e tu vieni trascinato, sollevato da una pesante catena che tracima il fondo del mare e scaraventato, con pesci e fango, sul fondo di una rete a strascico, che estirpa la vita stessa dal mare. Sei una cattura accessoria, una vittima indesiderata di una rete da pesca destinata a catturare altro, come naselli o scampi, ma che, sul suo cammino tutto distrugge. Sei tra gli ultimi della tua specie.

Lo squalo angelo, oggi estinto in vaste zone del Mediterraneo, era un tempo molto abbondante in Adriatico. Partorisce i piccoli ma solo 1 su 5 raggiunge la maturità, il che lo ha reso particolarmente vulnerabili alla pesca eccesiva, alla scomparsa dei banchi di ostriche e alla perdita di habitat per la pesca a strascico che affligge il Mediterraneo da decenni.

Lo squalo angelo è emblematico del drammatico declino della varietà e quantità di pesce dell’Adriatico e della sua biodiversità. Fino agli anni ’20 era facile trovarlo sui menu dei ristoranti europei. Il suo sfruttamento risale a millenni. Gli antichi greci descrivevano la sua carne come “leggera” e “facilmente digeribile”. La sua ruvida pelle era impiegata dagli artigiani per lucidare il legno e, ironicamente, l’avorio. Cosa c’è di meglio che usare la pelle di una specie in via di estinzione per lucidare le zanne di un’altra.

Agli inizi del ‘900, solo nel mercato ittico di Venezia si vendevano ogni anno quasi 60.000 kg di squalo angelo. Nel 1980 le vendite erano drasticamente calate a 20 kg, e poi più nulla. Oggi questa specie è praticamente svanita.

Eppure proteggendo meglio gli habitat, migliorando la gestione della pesca e mettendo fine allo strascico di fondo, possiamo recuperare lo Squalo Angelo. Possiamo trasformare questo simbolo di sovrasfruttamento in un simbolo di rigenerazione e di un nuovo rapporto con gli oceani. Gli angeli della Bibbia erano messaggeri: scortarono Adamo ed Eva nel Giardino dell’Eden portando liete novelle e profezie. Anche lo Squalo Angelo è un messaggero: un avvertimento di come il miope saccheggio del nostro  Pianeta minacci la nostra stessa estinzione. È ora di credere che possiamo cambiare. È ora di ascoltare il messaggio dello Squalo Angelo. È tempo di #BelieveInAngels.


Vuoi dire al mondo che Credi agli Angeli?

Promuovi con noi  questo Natale  la protezione del mare! Stampa ed appendi sul tuo albero di Natale, uno Squalo Angelo di carta.  Poi scatta una foto e caricala su Snapchat, Instagram, Facebook or Twitter con il  tag #BelieveinAngels.


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DO YOU BELIEVE IN ANGELS?

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It’s time to bring angels back. And if we listen to the better angels of our nature, we can.

Imagine you are an Angel Shark. You look more like a ray than a shark, but shark you are. You live in the waters of the Adriatic, in a marine forest  surrounded by young fish at play in their nursery. A pod of dolphins swim excitedly by, worrying a school of tuna. You bury yourself in the sandy bottom where a special form of gill, unusual among sharks, known as a spiracle, delivers oxygen straight to your brain, allowing you to lie still, the eyes on top of your head just above the sand, your whisker-like barbels sensing the slightest movement in the water. You are awaiting your favourite late afternoon Mediterranean snack: a ray or a flatfish preferably. Should one swim by, your strike, at a right angle to your body, will take less than a tenth of a second. The long fin under your belly, the mirror image of most shark’s long top fin, will help propel you upwards. You’ll snag your prey between nine rows of razor sharp teeth on the top of your jaw and the ten rows of teeth on the bottom.

But you won’t be eating today, or ever again. Your sensitive barbel picks up a disturbance in the water, something very big, moving very fast. You lie still as you can, but suddenly all around you is chaos: Sponge shredding, the sand on the sea bottom in sudden turmoil, and you’re being dragged and then lifted up by a heavy chain dragging along the seafloor and then pushed into a wall of fish and rock and sea life at the back of a bottom trawler’s net, strip mining the sea bottom. You’re bycatch, an unwanted victim of a fishing net intended to catch hake or shrimp, but in the process managing to destroy everything in its path. You’re among the last of your kind.

Angel sharks,  extinct in large areas of the Mediterranean today, were once plentiful in the Adriatic. They bear live young, but only 1 in 5 ever reach maturity, which has made them particularly vulnerable to the chronic overfishing, the depletion of  oyster beds, and the loss of habitat to bottom trawling that have plagued the Mediterranean for decades.

The angel shark is emblematic of the steep decline in the number and variety of fish in the Adriatic. It was common at least until the mid 1920s, and known as “monkfish” and “sand devil” on restaurant menus across Europe.

Its exploitation goes back thousands of years. Ancient Greeks described its flesh as “light” and “easily digestible.” Its rough skin was reportedly used by craftsmen for polishing wood and, ironically, ivory. Nothing like using the skin of one endangered species to buff up the tusks of another.

In the 1920s, nearly 60,000 kilograms of Angel Shark a year were sold in the Venice fish market alone. By 1980, that figure was down to 20 kilograms. Then nothing. The species is all but gone now.

But with better protection of habitat, better management of fishing fleets, and an end to the  practice of bottom trawling, we can bring the Angel Shark back. We can make this symbol of overexploitation a symbol of regeneration, of coming to our senses, of a new relationship with the ocean.

The angels of the bible were messengers: they escorted Adam and Eve from the garden of Eden, they bore glad tidings and prophecies. The Angel Shark is a messenger as well — a warning of how our shortsighted plunder of our own home threatens our own extinction. It’s time to believe we can change. It’s time to hear the message of the Angel Shark. It’s time to #BelieveInAngels.


Want to tell the world you #BelieveInAngels?

Print and hang your very own ANGEL SHARK CHRISTMAS ORNAMENT on your tree! Take a picture and upload it to Snapchat, Instagram, Facebook or Twitter with the tag #BelieveInAngels and join us in making a great big Christmas wish for better ocean protection.

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ADRIATICO DA SVELARE E DA SALVARE. Presentato ad Ancona il dossier dell’Adriatic Recovery Project sugli ecosistemi vulnerabili dell’Adriatico e sulle misure per la loro tutela .

 

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Ancona 5 luglio 2017 – Solo nel 2014, 52.000 tartarughe catturate dallo strascico di cui 10.000 morte e, negli ultimi 50 anni, crollo del 94% dei grandi predatori. Tra questi alcune specie, come lo squalo angelo (Squatina squatina) o il grande squalo bianco (Carcharodon carcharias), una volta comuni nell’intero Adriatico, sono praticamente scomparsi. Stesso trend negativo per i mammiferi marini, delfini, foche, balene e per le tartarughe marine. Drastica anche la riduzione di habitat e specie strutturanti, come letti di ostriche, o foreste di pennatule, spugne, fondamentali per il recupero delle specie commerciali e non solo.

Questi sono solo alcuni dei dati contenuti nel dossier dal titolo “Adriatico da svelare”, presentato il 5 luglio ad Ancona a bordo del Palinuro, la nave scuola della Marina Italiana, da Carlo Cerrano del Politecnico delle Marche.

Durante l’incontro, al quale hanno partecipato anche Valeria Mancinelli, Sindaco di Ancona, Giuseppe Valentini, Comandante della nave Palinuro, Maria Rapini, segretario generale di Marevivo, e Domitilla Senni di MedReAct, sono state inoltre presentate le azioni dell’Adriatic Recovery Project per il recupero delle risorse marine dell’ Adriatico.

L’Adriatico ospita il 49% delle specie marine conosciute in Mediterraneo ma, insieme al Golfo di Gabes in Tunisia, è l’area del Mediterraneo dove si pratica con più intensità la pesca a strascico, particolarmente distruttiva per gli ecosistemi vulnerabili marini come i giardini di spugne e coralli, campi di pennatule e gorgonie, fondali a molluschi bivalvi e altre foreste di animali marini, canyon sottomarini e praterie di posidonia considerati habitat fondamentali per la salute del mare. Lo strascico può provocare anche un forte impatto sugli habitat considerati essenziali per le specie ittiche, ovvero quelle aree in cui le larve o i giovanili di specie commerciali si ritrovano con elevate abbondanze e densità (ad esempio la Fossa di Pomo in centro Adriatico).

Solo di recente la CGPM, Commissione Generale per la Pesca nel Mediterraneo (CGPM), l’organismo regionale che regolamenta la gestione e la conservazione delle risorse biologiche marine, ha avviato un processo per la loro identificazione e tutela anche attraverso l’istituzione di aree di restrizione alla pesca (Fisheries Restricted Areas, FRA).

Per questo lo scorso febbraio MedReAct, con il supporto scientifico del Politecnico delle Marche e dell’Università di Stanford, ha presentato al CGPM una proposta per l’istituzione di una nuova FRA nella Fossa di Pomo a tutela delle importanti nurseries e delle VMEs presenti nell’area La proposta ha stimolato un’iniziativa congiunta di Croazia e Italia per la chiusura alla pesca demersale di una zona della Fossa di Pomo dal 1 settembre 2017.

Decenni di malapesca hanno impoverito l’Adriatico, esaurito gli stock ittici, compromesso la struttura degli habitat di fondo e provocato la scomparsa di alcuni predatori, come lo squalo angelo – ha dichiarato Domitilla Senni di MedReAct – E’ ora di cambiare rotta attraverso una nuova misura di recupero del mare, anche attraverso il divieto allo strascico di fondo nelle zone più sensibili come la Fossa di Pomo e altre aree a rischio”.

In Adriatico esistono ancora tanti spunti di scoperta e riscoperta delle meraviglie del mare – spiega Maria Rapini, segretario generale di Marevivo – e proprio per tutelare la biodiversità che sussiste in queste acque, nonostante le pressioni dirette e indirette sull’intero sistema marino costiero, sono importanti ed urgenti le iniziative di ricerca, studio e sensibilizzazione come Adriatic Recovery Project”.

Scarica il dossier adriatico da svelare_web