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ADRIATICO: OLTRE 200 RICERCATORI DA TUTTO IL MONDO CHIEDONO LA CHIUSURA PERMANENTE DELLA FOSSA DI POMO ALLA PESCA A STRASCICO

 

Roma, 16 ottobre 2017 – Sono oltre 200 i ricercatori che da Università ed enti di ricerca di tutto il mondo hanno aderito all’appello per la protezione della Fossa di Pomo, situata nel centro Adriatico tra Italia e Croazia.

Alla vigilia della riunione in Montenegro della Commissione Generale sulla Pesca nel Mediterraneo (CGPM), che esaminerà la proposta di istituzione di una Fisheries Restricted Area (FRA), ovvero di un’area chiusa alla pesca demersale, presentata da MedReAct e dall’Adriatic Recovery Project, 200 ricercatori si rivolgono al CGPM per chiedere la chiusura permanente della Fossa di Pomo alla pesca demersale. Quest’area, che arriva a una profondità massima di 200-260 metri, presenta caratteristiche uniche dal punto di vista geomorfologico e oceanografico.

E’ considerato uno dei più importanti Essential Fish Habitat di tutto l’Adriatico, soprattutto ai fini della riproduzione e della crescita di alcune importanti specie demersali come il nasello. L’area ospita inoltre la più estesa popolazione di scampi. La pesca, soprattutto quella a strascico, minaccia dunque seriamente le popolazioni ittiche che fanno di questa zona una delle più importanti riserve di pesca dell’Adriatico. L’appello, ha raccolto l’adesione di firme e pareri autorevoli del mondo della ricerca scientifica

“Ho firmato perché dovremmo cercare di recuperare almeno parte di quella biodiversità marina che abbiamo perso”, ha dichiarato Daniel Pauly, ricercatore al Fishery Center della Università della Colombia Britannica in Canada, molto noto per i suoi lavori sull’impatto della pesca sull’ambiente marino.

“Abbiamo urgente bisogno di misure che proteggano dallo strascico di fondo”, ha dichiarato Callum Roberts, professore, oceanografo, all’University of York. “Senza di esse l’Adriatico, continuerà il suo inesorabile cammino verso la perdita dei suoi stock.

“Così come nell’ambiente terrestre boschi e foreste garantiscono il mantenimento della biodiversità, in mare è l’integrità strutturale e funzionale dei fondali che permette la resilienza allo sfruttamento”, ha detto Carlo Cerrano, del Dipartimento di Scienza della Vita e dell’Ambiente dell’Università Politecnica delle Marche. “A lungo termine, senza l’habitat adeguato, nessuna specie può sopravvivere. La pesca a strascico non è sostenibile”.

“Come ricercatore con esperienza sugli impatti dello strascico di fondo sugli ecosistemi bentonici e conoscendo bene la vulnerabilità ecologica del mare Adriatico e in particolare delle sue zone più profonde – ha dichiarato Antonio Pusceddu, professore nel Dipartimento di Scienze della Vita e dell’Ambiente all’Università di Cagliari – credo fermamente che preservare la Fossa di Pomo debba costituire una priorità per la conservazione della biodiversità e per la gestione delle risorse del mare Adriatico”.

Oltre alle numerose adesioni da parte della comunità scientifica, l’istituzione di una FRA nella Fossa di Pomo, ha ricevuto il sostegno dell’Unione Europea che l’ha inserita tra gli impegni della UE per la conservazione degli oceani, nel corso della Conferenza Our Ocean svoltasi a Malta il 5-6 ottobre scorso. Alla sua ufficializzazione manca dunque solo l’avallo della CGPM.

“L’istituzione della FRA in una zona considerata da decenni prioritaria per la conservazione delle risorse e dei suoi ecosistemi vulnerabili” – ha concluso Domitilla Senni responsabile di MedReAct e coordinatrice dell’Adriatic Recovery Project “costituirebbe finalmente un primo segnale concreto per il recupero dell’Adriatico e per il futuro della pesca”.

Scarica la petizione: adriatic_petition IT

Download the press release  PR ENG   and the petition in English: adriatic_petition ENG

Download the press release  PR HR  and petition in Croatian: adriatic_petition_HR

 

 

 

 

 

MORE THAN 200 SCIENTISTS FROM AROUND THE WORLD CALL FOR PERMANENT CLOSURE OF THE JABUKA/POMO PIT TO BOTTOM TRAWLING

PRESS RELEASE ADRIATIC

16 October 2017 – More than 200 scientists from universities and research institutes around the world have signed an appeal for the protection of the Jabuka/Pomo Pit, situated in the central Adriatic between Italy and Croatia.

On the eve of the 41st session of the General Fisheries Commission for the Mediterranean (GFCM) in Montenegro, where a proposal to establish a Fisheries Restricted Area (FRA) – i.e. an area closed to demersal fisheries – presented by MedReAct and the Adriatic Recovery Project will be examined, over 200 researchers have appealed to the GFCM to call for the permanent closure of the Jabuka/Pomo Pit to demersal fisheries. The Jabuka/Pomo, with a maximum depth of 200-260 metres, contains unique geomorphological and oceanographic features. It is considered one of the most important Essential Fish Habitats of the Adriatic, hosting spawning areas and nursery of commercially important species such as hake and Norway lobster. Overfishing, especially by bottom-trawling, has caused the decline of fish stocks and threatens their essential habitats as those found in the Jabuka/Pomo Pit.

“I signed it because we should try to recover some of the marine biodiversity we used to have,” declared Daniel Pauly, professor of fisheries at the University of British Columbia’s Fishery Centre in Canada, well known for his studies on the impact of fisheries on the marine environment.

“Protection from bottom trawling is an urgent necessity,” said Callum Roberts, professor and oceanographer at the University of York. “Without it, the Adriatic will continue its long slide towards fisheries irrelevance.”

Whereas in the terrestrial environment woods and forests guarantee the maintenance of biodiversity, in the sea it is the structural and functional integrity of the sea beds that permits resiliency to exploitation,” said Carlo Cerrano of the Department of Life Sciences and Environment at the Marche Polytechnic University. “In the long term, without healthy habitat, no species can survive. Bottom trawling is not sustainable.”

“As a researcher familiar with the impact of bottom trawling on benthic ecosystems, and knowing well the ecological vulnerability of the Adriatic Sea and in particular of its deepest zones,” declared Antonio Pusceddu, professor in the Department of Life Sciences and Environment at the University of Cagliari, “I firmly believe that preserving the Jabuka/Pomo Pit should be a priority for the conservation of biodiversity and management of resources of the Adriatic Sea.”

In addition to the numerous adhesions from the scientific community, the creation of a FRA in the Jabuka/Pomo Pit has received the support of the European Union which included it among the EU’s commitments for ocean conservation during the Our Ocean conference held in Malta last 5-6 October. All that it is needed now is for the FRA to be formally established by the GFCM.

“The creation of an FRA in a zone that for decades has been considered a priority for the
conservation of its resources and its vulnerable ecosystems,” concluded Domitilla Senni of MedReAct and coordinator of the Adriatic Recovery Project, “would constitute a first concrete step for the recovery of the Adriatic and the future of its fisheries.”

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OUR OCEAN: A MALTA l’UE ANNUNCIA IMPEGNO PER LA PROTEZIONE DELLA FOSSA DI POMO

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Alla Conferenza sugli Oceani in corso in questi giorni a Malta, l’Unione Europea, per bocca del Commissario Vella, e la Croazia hanno presentato, tra le misure per la protezione del Mediterraneo, l’istituzione di una FRA (Fishery Restricted Area) nella Fossa di Pomo (un’area che si estende per circa 2700 Km  tra l’Italia e la Croazia) con l’obiettivo di proteggere gli stock ittici in un habitat riconosciuto come essenziale per la riproduzione di molte specie marine. L’istituzione della FRA sarà ufficializzata durante la Commissione Generale per la Pesca del Mediterraneo  (CGPM) che si svolgerà dal 16 al 19 ottobre in Montenegro.

La proposta della FRA è stata presentata da MedReAct e dall’alleanza internazionale “Adriatic Recovery Project” costituitasi, quest’ultima, neanche un anno fa proprio per portare avanti azioni in difesa del mare Adriatico.

“Un grande risultato che da ragione al nostro impegno e al nostro lavoro e un plauso a Karmenu Vella, Commissario Europeo alla Pesca ”, dichiara con  soddisfazione Domitilla Senni  di MedReAct, che coordina l’alleanza internazionale. “L’UE ha evidentemente capito che non possiamo più tergiversare nella difesa del Mediterraneo e ha sposato la  chiusura alla pesca a strascico  della Fossa di Pomo,  essendo questa un’area fondamentale per la riproduzione di alcune delle specie commerciali più importanti, come gli scampi e i naselli.”

Se non vogliamo che il  mare Mediterraneo, e in particolare l’Adriatico, diventi un deserto mettendo a repentaglio la biodiversità ma anche tutto un sistema economico che da anni vive sulle risorse marine, c’è urgente bisogno di misure di protezione. La chiusura della Fossa di Pomo deve essere considerata come il primo passo verso una strategia di protezione più ampia.

“Siamo felici  – conclude Domittilla Senni – che la politica europea ne abbia finalmente preso atto”.

World Oceans Day: “Mare Nostrum or Mare Mortum?” Why does Europe support the destruction of the Mediterranean Sea?

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Large fish at risk of extinction, 39 fish stocks overexploited, catches of hake 5 times over sustainable limits, high degree of discards and bycatch, desertification of the seabed, high energy costs. All consequences of the industrial fisheries that receive the largest part of EU subsidies.

7 June 2017 – While the world celebrates Oceans Day on the 8th of June, MedReAct calls the attention of the European Union to the destructive impact of trawling in the Mediterranean and to the paradox at the heart of the EU’s fishing system: “Why subsidies are largely given to those who are responsible for the destruction of marine ecosystems and depleation of vulnerable species? Isn’t it time to change course?”

A new study published by Nature Ecology & Evolution confirms the risk of extinction in Europe for various large fish species, as well as for sharks and rays, due to their slow maturation and low birth rates and overfishing by professional and sport fishermen. The same study reveals that the percentage of overexploited fish stocks in the Mediterranean is significantly higher than that in the North Atlantic. The researchers confirmed that all of the assessed 39 Mediterranean fish stocks were found to be overexploited, with the hake in lead position, being fished at 5 times sustainable levels. The hake is the demersal species of highest commercial value, fished primarily by bottom trawlers and to a lesser extent by longliners.

But the impact of trawling, the most widespread industrial fishing practice in the Mediterranean, isn’t limited to the depletion of hake. In the past 30 years this sector of the industry has grown exponentially and, because of declines in the resource, has shifted increasingly to deeper waters in the hunt for new valuable stocks, such as deep water shrimps, creating irreversible changes to the seabed. In other instances it has encroached into forbidden coastal areas, in conflict with small-scale artisanal fisheries.

It is calculated that in 2014 alone trawling by the Italian fleet  was responsible for accidental catches of 20.000 sea turtles, most of which died as a result of suffocation or injury. But not only. The nets that are dragged along the sea bed collect everything in their way: fish, corals, sponges and other bottom-dwelling species. The sediments that are continually exposed to this practice have been found to be lacking the organic matter that constitutes a food source for benthic organisms, thus risking to turn the seabeds into marine deserts.

Trawling is a destructive form of fishing which is empoverishing our sea and which also has high energy costs. The European Union has calculated that for every tonne of fish captured, bottom trawlers of 24-40 metres consume 4,258 litres of fuel, as compared to 169 litres consumed by a fishing vessel of the same size using purse seines. And yet, it is those same bottom trawlers that benefit most from EU fisheries contributions, from fuel subsidies to funds for modernising the vessels and for compensating fishermen for the temporary suspension of fishing activities which as of today has produced no tangible result for stock recovery.

To celebrate World Oceans Day, the EU should reconsider its use of European tax-payers money to finance the destruction of the Mediterranean, so that Mare Nostrum doesn’t become Mare Mortum.

Images from MedReAct/Francesco Cabras: https://tinyurl.com/yc6j8zck

Journée mondiale des océans : “Mare Nostrum ou Mare Mortum ?” Pourquoi l’Europe ferme-t-elle les yeux sur la destruction de la Méditerranée ?

Grands prédateurs au bord de l’extinction, stocks majoritairement en état de surexploitation chronique, des captures de merlu 5 fois supérieures aux limites durables, 20 000 tortues dans les filets des chalutiers en 2014, désertification des fonds marins, coûts énergétiques non tenables… Tel est le paysage que laisse derrière elle la pêche industrielle, celle qui bénéficie le plus des subventions européennes.

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7 juin 2017. Alors que la Journée mondiale des océans sera célébrée demain un peu partout dans le monde, MedReAct interpelle l’Union européenne sur l’impact du chalutage en Méditerranée et souligne le paradoxe qui est au cœur de la gestion des pêches : Pourquoi les subventions vont-elles majoritairement à ceux-là même qui portent la plus lourde responsabilité dans la destruction des espèces vulnérables et des écosystèmes marins ? N’est-il pas temps de changer le cours des choses ?

Une nouvelle étude publiée par Nature Ecology & Evolution confirme le risque d’extinction de plusieurs espèces de grands prédateurs, y compris des requins et des raies. Certes, ces espèces ont pour caractéristiques communes d’avoir une maturité sexuelle tardive et un taux de reproduction faible, ce qui ne les a jamais empêchées de tenir depuis toujours leur place dans les écosystèmes méditerranéens. Ce qui est en cause est donc à chercher ailleurs, du côté de la surpêche de la part aussi bien des pêcheurs professionnels que récréatifs. Cette étude révèle également que le pourcentage des stocks surexploités est supérieur en Méditerranée par rapport à l’Atlantique Nord-est. Les 39 stocks évalués dans le cadre de l’étude affichent toutes des taux de capture qui indiquent la surexploitation. En raison de sa très forte valeur commerciale, le merlu est traqué par les chalutiers de fonds et dans une moindre proportion par les palangriers, ce qui lui vaut de figurer en tête des espèces surpêchées, avec des niveaux de capture 5 fois supérieurs à ceux que l’on pourrait qualifier de durables.

Mais l’impact du chalutage de fond, la technique la plus répandue en Méditerranée, va au-delà de la raréfaction du merlu. Au cours des trente dernières années, ce segment de flotte a connu une croissance exponentielle. Au fur et à mesure du déclin des stocks pêchés, le chalutage s’est fait plus profond, pour atteindre des nouveaux stocks à forte valeur ajouté comme les gambas, ce qui a créé des dommages irréversibles sur les fonds marins, un écosystème particulièrement fragile. Ces chalutiers font également des incursions régulières dans la bande côtière où ils entrent en conflit direct avec la petite pêche.

Les experts évaluent à 20 000 le nombre de tortues capturées en 2014 par les chalutiers italiens, la plupart d’entre elles étant tuées par noyade ou blessées. Mais les dégâts ne s’arrêtent pas là : Les chaluts trainés sur le fond ramassent ou détruisent tout ce qu’ils rencontrent : poissons mais aussi coraux, éponges et autres espèces animales endémiques. Alors qu’ils constituent la réserve de matière organique des espèces inféodées aux fonds marins, les sédiments constamment retournés par les chaluts s’appauvrissent, au point que certaines zones se transforment peu à peu en déserts sous-marins.

Le chalutage est un mode de pêche qui appauvrit notre mer et dont les coûts énergiques sont non soutenables. Le JRC de l’Union Européenne a ainsi calculé que pour les chalutiers de fond de 24 à 40 mètres, le ratio entre capture et consommation de carburant était de 4,25 : 4 258 litres de fuel (détaxé) pour 1 000 kg de poisson ! Ce chiffre est à comparer avec la consommation d’un senneur (filet utilisé pour le thon, la sardine et l’anchois) de taille équivalente : 169 litres pour 1 000 kg (2). Pourtant, ce sont les chalutiers de fond qui bénéficient de la plus grande part des aides européennes, qu’il s’agisse de subventions au carburant, à la modernisation des bateaux ou encore au chômage des marins pour cause de fermeture d’une pêcherie en raison de la faiblesse du stock (une mesure qui n’a jamais fait ses preuves en matière de restauration des stocks).

L’Union Européenne devrait mettre à profit cette Journée mondiale des océans pour reconsidérer l’utilisation qu’elle fait de ses aides et l’impact qu’elles ont sur la dégradation de la Méditerranée.

Mare Nostrum ne doit pas devenir Mare Mortum !

Images: MedReAct/Francesco Cabras: https://tinyurl.com/yc6j8zck

(1) An interview-based approach to assess sea turtle bycatch in Italian waters https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC5408728/

(2) Scientific, Technical and Economic Committee for Fisheries (STECF) ; The 2016 Annual Economic Report on the EU Fishing Fleet (P. 159).

En el Día Mundial de los Océanos ¿Mare Nostrum o Mare Mortum? ¿Y el por qué Europa apoya la destrucción del Mediterráneo?

Especies de gran tamaño en peligro de extinción, 39 poblaciones de peces sobreexplotadas, la captura de merluza es 5 veces superior a los niveles sostenibles, altos niveles de descartes y capturas accidentales, desertificación del lecho marino y altos costes energéticos. Todo esto como consecuencia de las pesquerías industriales, unas flotas que reciben la mayor parte de los subsidios de pesca de la Unión Europea.

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8 de junio – Hoy, mientras el mundo celebra el Día de los Océanos, la coalición MedReAct aprovecha para dar un toque de atención a la Unión Europea (UE) sobre el impacto destructivo de la flota de arrastre en el Mediterráneo y sobre la paradoja en el seno del sistema pesquero de la UE: “¿Por qué las subvenciones se otorgan en gran medida a quienes son los mayores responsables de la destrucción de los ecosistemas marinos y el agotamiento de especies vulnerables? ¿No sería hora de cambiar de rumbo?”

Un nuevo estudio publicado en Nature Ecology & Evolution confirma el riesgo de extinción en Europa de varias especies de peces de gran tamaño, así como de tiburones y rayas, debido a su lenta maduración, a su baja natalidad y a la sobrepesca por parte de pescadores profesionales y deportivos[i]. El mismo estudio revela que el porcentaje de poblaciones de peces sobreexplotadas en el Mediterráneo es significativamente más alto que en el Atlántico Nororiental. Los investigadores confirmaron que en el Mediterráneo los 39 stocks evaluados resultaron estar sobreexplotados, con la merluza liderando esta clasificación por tener niveles de captura 5 veces superiores a los límites sostenibles. La merluza es la especie demersal de mayor valor comercial, pescada principalmente por los arrastreros de fondo y, en menor medida, por los palangreros.

Pero el impacto de la pesca de arrastre de fondo, la práctica pesquera industrial más extendida en el Mediterráneo, no se limita al agotamiento de la merluza. En los últimos 30 años este sector de la industria ha crecido exponencialmente y, debido a la disminución de los recursos marinos, su esfuerzo pesquero se ha ido desplazado cada vez más a aguas de mayor profundidad, en la búsqueda de nuevas poblaciones valiosas, como la gamba blanca o de altura, creando cambios irreversibles en los fondos marinos. En otros casos ha invadido zonas costeras prohibidas, entrando en conflicto con la pesca artesanal.

Se calcula que en el año 2014, sólo en aguas italianas, la flota de arrate de fondo fue responsable de la captura accidental de unas 20.000 tortugas marinas, la mayoría de las cuales murieron por asfixia o lesión[ii]. Así es, las redes que se arrastran por el fondo marino recogen todo lo que encuentran por su paso, ya sean especies objetivo o no: peces, corales, esponjas y otras especies que habitan en el fondo. Además, se considera que en el Mediterráneo se descarta hasta el 18% del total de las capturas (es decir, se rechazan anualmente alrededor de unas 230.000 toneladas de pescado), siendo las flotas de arrastre las responsables del 15 al 65% de los descartes generados[iii]. Pero los impactos no acaban aquí. Se ha comprobado que los sedimentos que están continuamente expuestos a esta práctica carecen de la materia orgánica, otro grave impacto puesto que esta materia orgánica constituye una fuente de alimento para los organismos bentónicos, arriesgando así convertir estos fondos en desiertos marinos.

La pesca de arrastre es una modalidad de pesca destructiva que está empobreciendo nuestro mar y que también conlleva un elevado consumo de combustible. El Informe Económico Anual de la Flota publicado por la Unión Europea revela que por cada tonelada de pescado capturado, los arrastreros de fondo de 24-40 metros de eslora consumen hasta 4.258 litros de combustible. Mientras que un buque de cerco del mismo tamaño consume 169 litros por tonelada de pescado[iv]. Sin embargo, además de ser altamente contaminantes estos mismos buques de arrastre son los que más se benefician de los subsidios pesqueros de la UE, ya sea mediante exenciones de impuestos al gasoil, fondos públicos para la modernización de los buques o para compensar a los pescadores durante las paradas temporales de la actividad pesquera.

Para celebrar el Día Mundial de los Océanos y con el objetivo de que el Mare Nostrum no se convierta en Mare Mortum, la UE debería reconsiderar el uso que hace del dinero de los contribuyentes europeos y parar de financiar la destrucción del Mediterráneo.

[i] Fernandes, P. G. et al. Coherent assessments of Europe’s marine fishes show regional divergence and megafauna loss. Nat. Ecol. Evol. 1, 0170 (2017).

[ii] Lucchetti, A., Vasapollo, C., & Virgili, M. An interview-based approach to assess sea turtle bycatch in Italian waters. PeerJ, 5, e3151 (2017).

[iii] Soriano-Redondo, A. et al. Relative abundance and distribution of fisheries influence risk of seabird bycatch. Scientific Reports 6, 37373 (2016).

[iv] Scientific, Technical and Economic Committee for Fisheries – The 2016 Annual Economic Report on the EU Fishing Fleet (STECF-16-11) (2016).

FINALMENTE LA FOSSA DI POMO CHIUSA ALLO STRASCICO. FONDAMENTALE IL RUOLO DELL’ADRIATIC RECOVERY PROJECT.

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Roma, 17 maggio 2017 – MedReAct e l’Adriactic Recovery Project plaudono alla decisione della Croazia di chiudere alla pesca demersale e a quella dei piccoli pelagici parte delle acque internazionali della Fossa di Pomo, una delle aree più importanti dell’Adriatico per la riproduzione e il recupero del nasello e degli scampi e uno dei rari ecosistemi di profondità del Mediterraneo. La decisione annunciata oggi a Lubiana, al Comitato Scientifico (SAC) della Commissione per la Pesca in Mediterraneo (CGPM), segna un risultato importante per il recupero degli stock e degli ecosistemi marini dell’Adriatico, un bacino di mare fortemente impattato dalla pesca a strascico, responsabile, quest’ultima, di aver alterato gli ecosistemi di fondo, impoverito la biodiversità e decimato gli stock ittici. Lo scorso febbraio Medreact e l’Adriatic Recovery Project avevano presentato al CGPM una proposta per l’istituzione di una Zona di Restrizione alla Pesca (Fishery Restricted Area) nella Fossa di Pomo, per la chiusura alla pesca demersale come lo strascico e i palangari. La proposta ha ricevuto oggi l’avvallo del SAC e verrà trasmessa alla Conferenza del CGPM che si svolgerà il prossimo ottobre in Montenegro. “Attendiamo ora – ha dichiarato Domitilla Senni di MedReAct – un’iniziativa analoga da parte del nostro ministero che rispecchi le stesse misure adottate dalla Croazia, incluso il divieto per la pesca ai piccoli pelagici, e che garantisca la piena tutela delle nursery e degli ecosistemi marini vulnerabili presenti nella zona. In Adriatico la pesca produce il 50% di tutti i prodotti ittici italiani ma gli sbarchi hanno avuto un crollo del 21% dal 2007 al 2015. In particolare il nasello registra un tasso di sovrasfruttamento cinque volte superiore ai limiti di sostenibilità, nonostante le catture si siano quasi dimezzate tra il 2006 e il 2014. Ancora peggio per gli scampi le cui catture da parte della flotta italiana sono crollate del 54% dal 2009 al 2014. Con l’obiettivo di tutelare l’Adriatico è nata l’alleanza internazionale Adriatic Recovery Project, che riunisce organizzazioni ambientaliste ed enti di ricerca intorno all’obiettivo di preservare gli ecosistemi marini vulnerabili e gli habitats essenziali per le specie ittiche dell’Adriatico.

L’Adriatic Recovery Project  è un progetto coordinato da MedReAct  in collaborazione con Legambiente, Marevivo, l’Università di Stanford e il Politecnico delle Marche.

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